Una volta esistevano i manicomi, quelli delle mura e della lontananza di un individuo soprattutto agli occhi della quotidianità della società “civile”.

Oggi esistono gli S.P.D.C., le R.S.A. e le comunità protette.

La differenza tra questi due grandi periodi storici dove nel mezzo vi sono stati Basaglia e Antonucci a fare da spartiacque, seppur con visioni simili e al tempo stesso differenti sull’intervento psichiatrico, rimane sempre un minimum comune determinatore:

L’utilizzo di psicofarmaci che hanno l’unico scopo di riportare un soggetto ad una condizione tale con la quale poterci interagire, molto spesso solo a senso unico (medico ti dice cosa è successo, come stai, cosa devi fare per guarire).

La prescrizione di psicofarmaci è semplicemente giustificata e accettata dal fatto che attorno alla persona in preda a forti deliri incomprensibili ai più, non ci siano persone attorno in grado di comprendere cosa sta succedendo a quella persona, perché si comporta così, cosa fare per ristabilire una situazione di dialogo reciproco e infine come affrontare le ore ed i giorni seguenti all’esordio definito psicotico.

Vi è una sempre e più esponenziale carenza di esperienze umanistiche nell’era moderna, che si protrae di generazione in generazione e che porta sempre più famiglie a chiudersi per sopravvivere nel loro “micro cosmo” distanziandosi da altri “micro cosmi” che apparentemente non li riguardano, nel concetto e nel senso di comunità. Questo spesso deriva da un approccio di difesa se non di sopravvivenza nell’era moderna.

Quanto sopra riportato è la rappresentazione, unica vera rappresentazione dell’ipotetica utilità della somministrazione di psicofarmaci ad un soggetto (salvo altre visioni organicistiche che hanno origine dal lontano pre e dopo guerra legate alla razza, all’invalidità e alla purezza di spirito dell’individuo).

Quando le persone attorno al soggetto delirante si accorgono che da sole non riescono a comprende ne a gestire, ne a migliorare la vita di quella persona, ci si affida alla somministrazione farmacologica attraverso lo psichiatra.

E’ indiscutibile che uno psicofarmaco sia “una toppa”. Uno strumento d’alterazione delle emozioni, dello stato emotivo di un determinato momento del soggetto, della sua capacità cognitiva soprattutto razionale “rispetto alla realtà che vedono e vivono gli altri”, per portarlo da una condizione all’esterno incomprensibile, ad una situazione dove il soggetto ipoteticamente o probabilisticamente, riuscirà a recepire cosa fare per cambiare o capire cosa gli è successo.

Questo è uno dei caposaldi della maggior parte degli psichiatri dell’era moderna post Basaglia: riportare una persona ad interagire con l’esterno (ambiente, famiglia, lavoro, amici, società) per mezzo dell’uso di psicofarmaci.

Il medico psichiatra che affonda le sue credenze su quanto poco sopra espresso, sarà e rimarrà sempre e unicamente un “addetto ai lavori”. Un soggetto deputato al controllo sociale di un individuo che DEVE essere messo nelle condizioni di partecipare alla vita sociale pubblica e privata delle micro comunità (famiglia, parenti, lavoro). E questo deve essere fatto quanto prima possibile. Oltre un certo tempo, si diventa un costo per la collettività, un codice fiscale da dare in pasto ai servizi assistenzialistici (se non tribunali e giuristi).

La psichiatria, o meglio, l’utilizzo di psicofarmaci, non potrà mai cambiare in qualcosa di differente rispetto ad oggi fino a che non si comprenderà appieno il concetto di SOLIDARIETA’.

Oggi non è che manchi la solidarietà. Forse l’Italia è uno dei primi paesi in Europa ad essere un modello di solidarietà nei confronti delle persone in difficoltà in tante situazioni anche molto diverse tra loro.

Oggi quello che manca più che mai, è la solidarietà alle emozioni, ai sentimenti e alla responsabilità di farsi carico almeno per un piccolo periodo della nostra vita della comprensione di ciò che non comprendiamo e giudichiamo senza sapere.

La psichiatria non può essere cambiata “dall’interno”, non cambierà mai. A meno di pochissime eccezioni, ci sarà sempre uno psichiatra che prescriverà un farmaco per “comprare” ciò che dovrebbero fare le persone fuori dalla psichiatria.

Basaglia e Antonucci avevano aperto una breccia nella società, nella politica e nella cultura della “malattia mentale”. Loro operavano da dentro perché avevano capito che per cambiare le situazioni manicomiali, occorreva una differente comprensione delle cose da parte di chi era fuori dal manicomio e l’unico modo per farlo all’epoca, era entrare nelle istituzioni portando dall’interno all’esterno il cambiamento e al contempo, cercare di avvicinare ciò che vi era fuori dal manicomio, all’interno di tali istituzioni. Avvicinamento, non più isolamento e delega. Cercare di unire due mondi.

Gli adulti, dovrebbero aiutare specialmente i giovani adolescenti a non aver paura delle proprie emozioni e dei propri fallimenti e gioire dei propri successi.

Gli adulti dovrebbero aiutare le giovani anime, minorenni, nel permettergli di andare soli nel mondo, il prima possibile, sperimentando nel contesto delle loro prime “pulsioni”.

Gli adulti dovrebbero aiutare a tutelare l’infanzia da chi non riconosce più il valore e l’importanza dell’infanzia, sostenendo i sogni ritenuti impossibili ma estremamente reali nelle giovani menti.

Gli adulti dovrebbero semplicemente stare a fianco, ne davanti ne dietro e accettare che l’unione tra due anime diano origine a qualcosa di stupendo, estremamente imprevedibile oltre tutto ciò che hanno conosciuto e sperimentato fino a quel momento accettandone percorsi potenzialmente contrari alla loro morale di “adulti”.

Gli adulti, dovrebbero insegnare ai più piccoli, la solidarietà e l’indipendenza emotiva.

Gli adulti, dovrebbero rivedere profondamente la scuola elementare, la prima vera tappa nel mondo dei piccoli.

Gli adulti dovrebbero accettare che alcune cose possono essere cambiate, tante altre cose sono irreparabili ed hanno un termine.

Solo così può esserci una speranza di cambiamento della psichiatria ovvero, non accederci per comprare “toppe farmacologiche, sociali e culturali”.

In un mondo ideale, la psichiatria non dovrebbe esistere. Nel mondo reale, è un tassello funzionale alla mancanza d’esperienza umanistica ed emozionale degli adulti che non hanno ricevuto per tempo SOLIDARIETA’. E si sono persi, di generazione in generazione…

Nota della redazione: l’autore dell’articolo consiglia la visione di questo progetto come proposte e alternativa alla psichiatria: https://poloopensource.org

Autore dell’articolo: Federico Bergna

Fonte: articolo in esclusiva per Fuoricensura.net

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